venerdì 8 maggio 2015

TANK GIRL - Dai canguri ai Gorilla(z), sempre di animali si tratta?


JH ci tiene ad apparire sempre come una persona seria

Lo stile del fumetto è fortemente influenzato dall'arte visiva punk
e le strisce sono spesso profondamente disorganizzate, anarchiche, assurde e psichedeliche.
La produzione del fumetto fonde vari elementi con richiami alle tecniche surrealiste,
fanzine, collage, tecnica di cut-up, flusso di coscienza, e metafiction,
con poco riguardo o interesse per la trama convenzionale
o la narrativa impegnata.
Parola di Wikipedia


JH E METAFUMETTO
OVVERO: PERCHE’ TG VALE LA PENA

Una tipica tavola di Hewlett 

Se siete rimasti ammaliati dalle immagini del film, beh, quelle del fumetto sono migliori.

Perché la vera ragione di leggere TG, se non siete dediti allo sballo più intenso, sono i disegni di Jamie Hewlett.
Curatissimi, folli quando serve, con volti espressivi all’eccesso ma non caricaturali, con una composizione della tavola variata e dinamica.
Il tratto del nostro sembra trovare il suo meglio nel bianco e nero delle prime storie più che nel colore: questo gli consente di inserire dettagli accurati anche nelle microvignette che talvolta costellano le tavole, e insieme di caratterizzare ampi spazi, degni dell’outback. Insomma: se “vuota” Australia fu scelta, questo non nasce da pigrizia di disegno, come maliziosamente insinuato da Alan “Caino” Martin! [1]

Lo stile personalissimo, fatto di sapiente alternanza di realismo e deformazione, capacità di rendere le scene di delirio “lento” così come quelle d’azione frenetiche, nasce da influenze diverse che vanno dall’animazione per la televisione (Hanna &Barbera, Chuck Jones, Tex Avery) ad autori inglesi quali Ronald Searle o Mike McMahon (Judge Dreed, Slàine, solo per citare alcune sue opere), ma anche Moebius, Tony Hart e Liberatore, fino a MAD Comics.

Le tavole di Hewlett, insomma, sono gioie per gli occhi, e rendono efficacemente quel disimpegno che sta alla base della serie. 
Si vedano ad esempio i nudi di TG, parziali o totali (ma mai full frontal), che costellano gli episodi: l’esibizione del corpo non è volgare, ma nello stesso tempo ha ben poco del sensuale che ci potremmo aspettare dalla nudità femminile in altre serie. Il nudo è esibito perché fa parte della libertà del personaggio, così come il sesso, più accennato che esplicitato: non c’è torbido che tenga, non c’è passione travolgente, non c’è malizia. I disegni sembrano dirci che se ci fosse una valenza anche contestatrice del nudo, questo appesantirebbe.
Le Femen guardino da un’altra parte, non a TG, seppure la nostra tipa tosta sfoggi capezzoli in fuori quasi in ogni storia.

Se le grazie femminili sono “innocentemente” mostrate, il pene maschile è spesso enorme, gigantesco, inteso in erezioni sproporzionate, anche se pudicamente (censura docet) coperto. Anche questo contribuisce all’atmosfera ca##eggiona: è come una gara continua a mostrare chi ce l’ha più lungo, il tutto non per giungere a un primaverile cozzo di corna d’alci in calore, ma solo per il gioco di burlarsi dei compagnetti meno dotati.

E questo livello di burla arriva a toccare l’aspetto linguisticamente per me più interessante di TG (no, non è la lingua della nostra carra(r)mata intrecciata a quella di Booga né le parolacce): ovvero il metafumetto.

Fin dal primo episodio TG è consapevole di essere un fumetto: parla con i lettori!
Se nelle didascalie sono gli autori a rivolgersi direttamente al loro pubblico, alla conclusione è TG a esporre la sua morale della storia (folle e sconclusionata, ovviamente) parlando con chi ha in mano le pagine della sua storia.
E di lì non si fermerà più. A puro titolo di esempio possiamo ricordare come nel secondo numero la sua consapevolezza culmini con un 

“Questo sì che è un cambio di pagina!”

e nel terzo anticipi lo spunto di trama: 

“[…] e ora nel terzo ho alle calcagna uno dei cacciatori di taglie più bastardi d’Australia!”


Insomma: un personaggio del fumetto che ammazza a destra e a manca, beve, rutta e sa di essere un fumetto… perché, pensavate davvero che Deadpool avesse inventato qualcosa?

E ora, andate dai Cinematografari per il loro rush finale, e poi tornate qui per il MIO (Ian) rush finale. Vi aspettiamo (nientemeno che) col post punk per eccellenza di casa nostra: Raffaele Riefoli, in arte Raf!

[1] L'abbiamo citato nella seconda parte della nostra analisi e qui lo ricitiamo:

“Jamie ha sempre sostenuto di aver scelto l’entroterra come ambientazione […] perché era completamente piatto e senza edifici, quindi facile da disegnare. Credo c’entri qualcosa anche Paul Hogan e il primo film di Crocodile Dundee, di cui eravamo grandi fan. E, ovviamente, Mad Max. In ogni caso era abbastanza lontano da Worthing da sembrarci un altro pianeta – un’ambientazione perfetta per immaginarci la vita fuori di testa della nostra ragazza”. 
Parola di Alan Martin.


NB: come al solito immaginitesticanzoniecc non sono miei ma sono tratti dal web a corredo di questo articolo di analisi (o, insomma, di cosa sia diventato nel tempo). Cmq invito i Canguri Mutanti a non farmi causa perché questo blog non ha fini di lucro.

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